
Ciò è per voi...
Zacarie
Sono Zacarie, l'angelo impostore. Non è più tempo per romantici vampiri imbellettati. Il vostro sangue mi disgusta. Ben altro sapore è quello delle vostre anime corrotte, e ineffabile è la bellezza della vostra mortalità. Lasciate che vi ritragga. Unitevi alla mia collezione.
Ars Longa, Vita Brevis
***
La verità in arte non comporta alcuna corrispondenza tra l'idea essenziale e l'esistenza incidentale; non è la somiglianza della forma all'ombra, o della forma rispecchiata nel cristallo con la forma stessa; non è l'eco proveniente da una caverna su un'altura e neppure una fonte d'acqua d'argento nella valle che riflette la luna alla luna e Narciso a Narciso. La verità in arte è l'unità di una cosa con se stessa: l'esteriore reso espressione dell'interiore; l'anima che si incarna; il corpo che si permea di spirito.
***
Neppure per un attimo rimpiango di aver vissuto per il piacere. Ho vissuto per il piacere fino in fondo, poiché tutto ciò che si compie lo si dovrebbe compiere fino in fondo. Non ci fu piacere che non sperimentai. Gettai in una coppa di vino la perla della mia anima. Scelsi il sentiero fiorito al suono dei flauti. Vivevo nutrendomi di miele. Ma continuare a vivere la stessa vita sarebbe stato un errore, poiché mi avrebbe limitato. Dovevo andare oltre. Anche l'altra parte del giardino aveva per me i suoi segreti.
***
Il vero si avvera nell'arte quando l'esteriore è espressione dell'interiore; quando l'anima si incarna, e il corpo è unito allo spirito, in cui la forma si rivela.
O.W.
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Il risveglio è caustico, freddo… Il sonno è morbido, sensuale come un abbraccio. Scivolare, scivolare… Senza barriere scivolai oltre il nero specchio della coscienza, sopra un sentiero di velluto nero, fino a un’alcova di cuscini rossi. Intorno a me solo drappi tesi, tanto spessi da non potervi scorgere attraverso. Il cosmo intero finiva lì, sopra quel giaciglio tenero. Qualcosa emetteva un inquietante tintinnare, da sotto le lenzuola. Volumi mobili presero a strisciare sotto di me, concitati, nervosi. Vidi sorgere i suoi occhi fiammeggianti come soli bianchi dalle coltri oscure. Era fatto di luce come gli angeli. Ma le mie catene erano più forti della luce. Gridò come un fantasma, con voce straziante. Dovetti tapparmi le orecchie per non sentire. Si levò in volo, levitò per un istante, disteso e nudo, sopra la mia testa. Le catene si sollevarono in tensione dai pilastri del letto: due ai polsi, due alle caviglie, uno alla gola. Ricadde contorcendosi come una serpe saettante. La coscienza era fuggita via. Solo la collera e l’onnipotenza onirica scuotevano quell’essere disperato. D’un tratto sembrò trasformarsi in pantera, poi in grifone e in un’infinita serie d’aborti di natura, chimere spaventate. Le mie catene erano più forti, ma la sua voce… era un sibilo tagliente, che mi avrebbe lacerato il cervello se non fossi andato via. Frenetico, digrignò i denti. Quello che una volta era un uomo, stava mutando. Disperatamente voleva essere libero, riprendere il controllo, affondare i denti ancora una volta nella vita, della quale io l’avevo privato. Se mai fosse tornato libero, pensai, non si sarebbe più potuto dire umano. La sua essenza stessa stava cambiando. Non era più un uomo. Ormai era sogno.ZacarieLange
ha firmato la sua opera alle 16:35, mercoledì, 07 gennaio 2009.
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In: capitolo 1 03

Avevo di nuovo perso conoscenza. Mi sarei dovuto abituare in fretta alla debolezza di quel corpo, alla sua fragilità, ai limiti che la carne poneva alla mia forza vitale. Eppure facevo decisamente fatica ad adattarmi. Pensavo che il risveglio sarebbe stato come lo sfavillante sbocciare di un fiore purpureo. Invece strisciavo fuori da una crisalide, in un nuovo corpo umido, sporco e terribilmente spossato. Madido di sudore, raggomitolai le lenzuola fradice da un lato. Ero ancora intorpidito dai sedativi, ma la vista cominciava a farsi più chiara e, pian piano, potei penetrare il buio della stanza d’ospedale in cui mi trovavo. Mi guardai intorno: la donna dai capelli biondi era accorsa, naturalmente, informata del risveglio di suo figlio. Giaceva vicina, accasciata sulla poltrona come una bambola rotta, addormentata e con la fronte corrucciata. Percepii le deboli vibrazioni di un sogno aleggiarle nella mente. Faceva un incubo che non si sarebbe ricordata al risveglio: atroci fitte di dolore le laceravano il ventre. Un fiume di sangue le sgorgava, zampillante, tra le gambe distese. Non era un bocciolo di rosa a nascere dal suo ventre, ma una spirale di rovi taglienti, intenti ad abbracciarla fino a toglierle il fiato.
Fiutai l’aria. Potevo sentire l’odore stantio del mio nuovo corpo, quello di sudore fresco e di endometrio che proveniva da sua madre, Caterine. Gemeva sulla poltrona in preda ai propri demoni notturni. Poi c’era tutta quell’atmosfera chimica. A malapena riusciva a celare il fetore della morte che risaliva dagli obitori del seminterrato, ed il mio olfatto era terribilmente fine. Ma oltre tutto questo, oltre il lezzo della malattia e della vecchiaia che infestava la struttura, un'altra nota più silenziosa e profonda, colpì il mio naso. Deliziosa.
Mi misi a sedere sul bordo della branda, posando cautamente le piante dei piedi sul pavimento gelido. Oh. Adoravo quelle sensazioni nuove! Mi issai lentamente in piedi, tremolante come un neonato ai primi passi. Mi ci volle qualche minuto, prima di potermi muovere. Non dico che mi sentissi scattante, certo no. Ma quell’aroma lontano mi chiamava, e sui miei stentati passi umani decisi di trascinarmi alla sua fonte. Gli oggetti del ragazzo… o meglio… i miei effetti personali erano appoggiati vicino al letto, su una sedia. Trovai la nera tracolla sgualcita. Lo schianto del veicolo l’aveva fatta volare per diversi metri, prima che ruzzolasse sull’asfalto strappandosi qua e là. Molto peggio, a giudicare dallo specchio, era accaduto al mio corpo. “Si riprenderà.” Mi dissi. “Mi riprenderò molto presto. Questo viso tornerà quel volto che amavo. E finalmente sarà il mio.”
Aprii la sacca e ne trassi il vecchio album da disegno accartocciato e i carboncini. Tutto era andato in frantumi, ovviamente. Ma già io sentivo qualcosa muoversi dentro di me. Guardai di nuovo l’immagine nello specchio. Le cicatrici guarivano, seppure molto lentamente. Accarezzai con le mani il cartoncino nero della copertina. Non solo sembrò stirarsi, ma si riparava anch’esso, molto piano. Altrettanto feci con le matite, i pennelli e tutto il necessario.
Uscii felpato dalla stanza, senza zoppicare quasi più, seguendo solo il mio fiuto, sotto i tenui bagliori delle luci di servizio, coi miei strumenti in mano. Imboccai la tromba delle scale e salii di quattro piani in una manciata di secondi, senza produrre alcun rumore. La porta del tetto era aperta, il profumo sempre più forte. Come fiori secchi e miele, mi guardava immobile. Come violette e terra, dischiuse le labbra. Una ragazzina di dodici anni.
Con la vestaglietta lunga e bianca e i capelli sciolti al vento della notte di marzo, taceva e mi guardava. Mi vidi coi suoi occhi. Sembravo brillare, sotto il disco opalescente della luna: quel corpo levigato e del color del marmo, che avevo così desiderato; quei capelli di seta argentea; quegli occhi quasi bianchi; quel mostro bellissimo. Ero io. Un essere scolpito nel ghiaccio, che avanzava nel plenilunio. Questo ero io. Finalmente.
La ragazza rabbrividì: «Chi sei? Un fantasma?»
«Solo un angelo, bambina.» risposi in un sussurro.
Sorrise debolmente: «Un angelo… pittore?»
Quell’odore sempre più forte, nell’atmosfera trepida.
«Andavo a caccia di bellezza, e l’ho trovata. Ti potrei ritrarre?» le accarezzai la chioma scura. Lei fremette. Ero più freddo della brezza, tra i suoi capelli neri. Si sedette sul parapetto. Di profilo baciava la luna: «Non mi resta molto, sai.»
«Lo so. Il tuo profumo mi ha raccontato molto di te, della tua malinconia. Un solo segreto non mi ha voluto svelare ancora.»
Abbozzai il cerchio del cranio sul foglio da disegno, senza staccare gli occhi da lei. Lo schema del suo capo, le piega del collo e delle spalle, la corona della luna.
«Io muoio poco a poco. Sono malata. Se è vero che sei un angelo, perché non fai qualcosa?»
Le sue labbra, il naso, i capelli.
«Una magia per te, bambina?» Una lacrima le dilagò dagli occhi. La afferrai al volo.
«Eccola qua.» Dalla mia mano scivolò sul foglio. Le sopracciglia, gli occhi. I suoi grandi, neri occhi. La sua lacrima vi si impresse come a fuoco, ed il ritratto ora piangeva.
Le ombre e le luci litigarono per un po’ in punta di lancia sopra la sua superficie ruvida, poi s’innamorarono e resero vivo il suo bel viso in un abbraccio.
Piangeva la bambina, ed il ritratto piangeva insieme a lei. Poi mi sorrise: «Sei un angelo davvero!» Ed il ritratto sorrise con lei. Lo guardò come se si specchiasse e vide che era vivo. Non si muoveva, il mio disegno, eppure sembrava lo facesse. Le baciai la fronte, richiusi il mio album e me ne andai. “Ecco il tuo segreto, bambina. Ora è qui con me.”
Abbracciai forte il mio album, ritornai nel vano delle scale e dalla terrazza si levò come un sibilo. I suoi capelli neri ondeggiavano nell’aria notturna di marzo. Poi un tonfo. E, nel mio letto, io mi riaddormentai. «Buonanotte, bambina.»
ZacarieLange
ha firmato la sua opera alle 02:55, martedì, 30 dicembre 2008.
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In: capitolo 1 02

ZacarieLange
ha firmato la sua opera alle 14:11, giovedì, 18 dicembre 2008.
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In: turbamenti

Fu come se le lancette degli orologi del mondo intero tornassero indietro con un ticchettio inaudito. Andò a trasformarsi in un fragore in cui sentii di sprofondare vorticosamente. Una caduta libera che scioglieva le catene alle mie caviglie e slegava i miei polsi dai lacci che li avevano tenuti imprigionati per secoli nel limbo del silenzio. Un lungo scivolare tra le pieghe del tempo. La perdita di ogni coscienza e della memoria secolare della mia penitenza, della mia solitudine. Sentii creparsi le mura insondabili dell’anima in cui, a capofitto, andavo tuffandomi, in un disperato e meraviglioso abbandono. Le sentii cedere, e infine sgretolarsi, facendomi breccia e penetrandovi come un virus invasore, come un parassita dentro il frutto. Se un diavolo esistesse, pensai, questo sarei io. L’anima predata gridava d’orrore sotto le mie dita instancabili, mentre scavavo la mia tana nella sua coscienza, mentre bevevo e mangiavo i suoi ricordi, i suoi sentimenti, la sua passione. Era il cuore indomito di una creatura umana giovane, forte nello spirito come nel corpo. Mentalmente fornito di una creatività alquanto insolita. Se era un mondo intero, quello che egli cullava dentro il suo cuore, io annientai le sue difese, mi incendiai a contatto con la sua atmosfera e mi scagliai fulmineamente verso il suo nucleo. Morbido e flessuoso come un serpente, ne uscii vincitore librandomi con le ali candide sul paesaggio della mia vittoria e della mia liberazione. Calcato il suolo di quel mondo, mi incoronai di tutta la sua luce, divorandola. Mi proclamai suo padrone assoluto, mentre, in catene, il suo proprietario scivolava nei meandri sudici di labirinti sotterranei, già prigioniero del mio potere incontrastato. Laggiù, da qualche parte, avrebbe dormito. Per sempre.
Il ticchettio si trasformò in un leggero picchiettare ovattato. Aprii le palpebre indolenzite ed ebbi bisogno di alcuni minuti per riuscire a vedere nitidamente nella penombra, che avvolgeva quella che sembrava la camera di un ospedale. Pioveva fuori dalle ampie vetrate e non si vedeva la luna. Tentai di muovermi, ma quel nuovo corpo non era in grado di rispondere. Aveva dormito a lungo, per quasi sei settimane. Non importava, per il momento. Restai disteso ad ascoltare la pioggia, poi le palpitazioni nel mio petto, il calore del sangue che si spandeva mellifluo nelle mie vene, tra membra vive. Provai un’emozione quasi sensuale, un brivido dimenticato di ritorno alla vita, finché, del tutto spontanea, una risata non mi scaturì dalla gola, sempre più forte, e lacrime di felicità mi affiorarono ai lati degli occhi, bagnarono le mie guance col loro calore. Le leccai assaporando la salsedine ed il gusto umano che recavano. Le luci si accesero. Entrarono degli uomini che cominciarono ad esaminarmi. Ma l’unica cosa che pensavo in quel momento, mentre gli spasmi all’addome mi riempivano di fitte di dolore e tuttavia non riuscivo a smettere di ridere, era: “Sono vivo. Di nuovo… sono vivo!”
ZacarieLange
ha firmato la sua opera alle 00:47, martedì, 16 dicembre 2008.
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In: capitolo 1 01
ZacarieLange
ha firmato la sua opera alle 11:54, giovedì, 11 dicembre 2008.
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In: quadri
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